LA PITTURA DI LAURA FERRETTI Ho avuto il privilegio e il piacere di seguire da molto tempo la vicenda artistica di Laura Ferretti, di assistere al suo progressivo processo di maturazione stilistica e di rimanere coinvolto nella rete delle sue ardite ricognizioni affidate, in gran parte, alla difficoltosa rigidità della spatola, una tecnica che richiede la sicurezza della mano operativa unitamente ad una padronanza dello scenario prospettico. Ma al di degli esiti artistici e metodologici, colpisce, in primo luogo, il rapporto donna artista: voglio dire che la ricchezza della personalità della Ferretti, la sua disponibilità di timbro umano e cristiano, la riservatezza attutita da un sorriso incoraggiante, costituiscono le chiavi di lettura del ricorrente messaggio pittorico affinato in anni di studio, di fatica e di passione. Non già inseguendo mode effimere e transitorie, o facendosi semplice imitatrice delle grandi eredità della scuola toscana, peraltro conosciute ed apprezzate, ma con l’intento di rispondere ad un’esigenza interiore, al bisogno indeclinabile di usare la vocazione artistica come strumento ermeneutico, ricco di sfumature e non circoscritto alla mera oggettualità, ma volutamente proiettato a sondare i tanti interrogativi e misteri che stanno dietro e dentro, con le loro vicissitudini, al complesso cammino degli uomini. La poetica della vita espressa attraverso dati figurali, paesaggistici che narrano il multiforme andare dell’animo umano. Dato questo molto apprezzato dal poeta Mario Luzi in visita, più volte, alle esposizioni della pittrice Laura Ferretti. Nelle sue tele la grande storia si ridimensiona in una sorta di microstoria vergata sotto la spinta di emozioni, di sentimenti, di amarezze e di speranze: una drammatica alternanza che trova espressione nella variegata tavolozza di colori il giallo, il blu, il nero, il verde, il rosso attraverso i quali la Ferretti sembra volersi confessare ed aprire con i suoi pudori, i suoi turbamenti e le paure radicate nell’inconscio, alla ricerca di un denominatore comune di taglio antropologico nel segno ungarettiano della fratellanza, della solidarietà e dell’amore. Tutto ciò rimane nel fondo; in primo piano i suoi quadri pieni di luce e di colori. La sua amata Maremma, terra amara e selvaggia, con immense pianure verdi e dorate, ingentilite dalla presenza di ciuffi di fiori smaglianti nello scenario di cieli solcati ora dalle ombre serotine, ora da un’abbagliante solarità, specchio cosmogonico dell’eterno divenire delle stagioni che si ripete da millenni. L’accento dell’artista ha tonalità crepuscolari, si muove fra nostalgia e evocazione, come se il suo amore per i fiori, per il sole, per la luce ed i colori potesse divenire un muto ma significativo recupero della natura, dei paesaggi, dei filari dei cipressi. Così come l’immersione nella profondità del mare: nei fondali misteriosi lievita il contrasto tra antichi tesori sepolti da secoli e la germinazione di un’iridescente fauna e flora. Come le segrete profondità dei nostri cuori: ricche, in continua evoluzione, sfuggenti, meravigliose. L’itinerario approda, conclusivamente, dentro il versante della sacralità. Innanzitutto una pala d’Altare approntata nel cinquecentesco Santuario della Madonna della Carità di Seggiano, raffigurante l’Assunzione al cielo della Vergine Maria: si tratta di un toccante inno alla maternità, liberata dai canoni tradizionali e attualizzata attraverso la luminosa espressione dei volti (quello della Madonna richiama la lezione di Benozzo Gozzoli). L’iniziale e momentaneo smarrimento legato alla tragica parabola umana e terrena viene trasfigurato, sublimato da un’epifania di luce e di speranza che sconfigge le tenebre e si proietta verso l’infinitudine dei cieli. E poi una Natività, classica e moderna nello stesso tempo. In questo quadro Gesù Bambino e Sua Madre sorridono sotto un insolito cielo pieno di luci: una dolce, magica atmosfera senza tempo. Distante eppur coinvolgente il Gesù della Sacra Sindone guarda dentro di noi. E noi comprendiamo il Suo amore senza riserve. Seguono due opere profondamente contrastanti tra loro. Una “Circolarità di Amore” che coglie un istante di pacata tranquillità in una atmosfera dai colori ovattati, quasi spenti. La quotidianità della fede. Accanto ad essa, quasi inattesa, tutta la drammaticità di “Maria ai piedi della Croce”. Gli occhi e le mani raccontano l’angoscia per il Figlio morente, ma anche la sovrumana volontà di obbedire alla Sua richiesta fino ad accogliere ed amare gli stessi crocifissori del Suo Gesù. Raffigurazioni molto particolari con i sacri volti, finemente dipinti a pennello, sereni nella loro classicità, ma incastonati nello spessore grumoso della spatola che li involve quasi fossero icone greche rivisitate in chiave moderna. In conclusione la pittura di Laura Ferretti ha una profonda valenza morale proposta con un messaggio comunicativo e gratificante accolto e compreso facilmente dalla gente.
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Laura Ferretti  painter